28/03/2026 By Comunicazione FIR Campania Non attivi

Il club come comunità educante: grande partecipazione al corso con il prof. Franco Ascione

Una giornata di confronto e crescita per il movimento rugbistico campano quella del 24 marzo, con il corso di aggiornamento “Il club, una comunità educante ed esemplare”.

L’incontro, tenuto dal professor Franco Ascione, ha visto la partecipazione di oltre sessanta tecnici e operatori del territorio, riuniti per approfondire il ruolo del club sportivo come punto di riferimento educativo e sociale.

Nel corso della giornata sono stati affrontati temi centrali per lo sviluppo del movimento, con riflessioni, idee e proposte condivise in un clima di grande partecipazione. Il contributo del relatore ha offerto spunti concreti e una visione chiara del club come ambiente capace di formare non solo atleti, ma persone.

L’iniziativa ha rappresentato un’importante occasione di aggiornamento e dialogo per tutti i presenti, confermando l’attenzione della FIR Campania verso la formazione continua e la crescita qualitativa delle realtà del territorio.

Un momento significativo che rafforza il percorso di sviluppo del rugby regionale, valorizzando il ruolo dei club come vere e proprie comunità educanti.

Leggi l’intervento completo del prof. Franco Ascione:

Sintesi Intervento di Franco Ascione: Il Club di Rugby come Comunità Educante

Pomigliano d’Arco 24 marzo 2026

1. La Visione di Fondo: Il Club come Accademia

Il punto di partenza dell’intervento è una rottura deliberata con la cultura del risultato immediato. Ascione propone una visione del club di rugby modellata sull’Accademia di Platone: non un luogo dove si trasmettono nozioni tecniche, ma una comunità viva in cui pensiero, valori e pratica si integrano. I discepoli non erano contenitori da riempire, ma persone trattate da pari. Allo stesso modo, i ragazzi non sono bicchieri da riempire, ma piante da innaffiare — con attenzione, perché innaffiare troppo fa marcire le radici.

Il giocatore ideale che il rugby italiano ha bisogno di formare non è soltanto tecnicamente bravo (requisito minimo), ma è responsabile, capace di decidere sotto pressione, intelligente nelle relazioni, e animato da passione positiva per lo sport. Questo giocatore lo costruisce il club, non la federazione.

2. La Persona-Atleta al Centro

Ascione introduce il concetto di persona-atleta come unità inscindibile: la crescita tecnica è un dovere, ma la crescita della persona è una responsabilità ancora più grande. Conoscere chi è il ragazzo — le sue componenti affettive, cognitive, relazionali, fisiche — è il punto di partenza di ogni progetto educativo serio.

La Generazione Z è radicalmente diversa dalle precedenti: vuole sapere il perché, si aspetta feedback immediati (abituata ai like dei social), non tollera l’autoritarismo e abbandona se non trova senso e piacere nell’esperienza. Non è un problema dei ragazzi: spesso il problema è che i club propongono progetti che non li interessano.

La caratteristica più preziosa in un ragazzo, secondo Ascione, non è la prestanza fisica né il talento grezzo, ma l’allenabilità: la curiosità, la capacità di fare domande, di riflettere, di chiedersi “perché?”. Un ragazzo allenabile con buone capacità motorie è il materiale più prezioso per un allenatore.

3. I Cinque Principi Non Negoziabili

Ascione articola la propria proposta in cinque pilastri fondamentali:

1. Centralità della persona Ogni percorso deve tutelare salute, dignità, crescita e senso di appartenenza dell’atleta, prima del risultato. La dignità implica che ciascuno valga indipendentemente da ruolo, performance, origine, genere o condizione. Anche il sesto ragazzo in fila durante un esercizio non deve essere “in attesa”: può osservare, supportare, acquisire competenze.

2. La performance come conseguenza, non come fine. La salute viene prima di tutto: carichi sostenibili, prevenzione degli infortuni, rispetto rigoroso dei protocolli di Return to Play — con particolare attenzione ai traumi cranici, che comportano anche grandi responsabilità.

3. Percorso individuale. Ogni atleta ha un’età biologica, una storia, un ritmo di apprendimento propri. Sport, scuola, lavoro e relazioni sociali devono integrarsi in un unico progetto di vita. L’esempio dell’Accademia Nazionale con il programma di Dual Career universitaria illustra concretamente questo principio: la formazione della persona è essenziale per la qualità della vita futura, perché pochissimi vivranno di rugby.

4. Ambiente sicuro e accogliente. Zero tolleranza per abusi, razzismo, sessismo. L’apprendimento ha priorità sul risultato. I feedback devono essere brevi, chiari e costruttivi. Le correzioni si fanno in privato; gli elogi, pubblicamente. Coerenza di sistema tra club, allenatore, famiglia e scuola. La voce dell’atleta deve essere ascoltata nelle decisioni che lo riguardano.

5. Esempio e linguaggio. Il primo allenamento è il comportamento di chi guida. La missione del club — il perché esiste — deve essere esplicita, scritta, visibile e condivisa da tutti: presidenti, dirigenti, allenatori, genitori, ragazzi. I KPI del club non possono ridursi alla vittoria: devono includere crescita dei tesserati, qualità della formazione, impatto sociale. L’esempio citato — la “gara Green” tra categorie — mostra come anche obiettivi non rugbistici creino cultura collettiva e senso di responsabilità verso la comunità.

Regole ferree trasversali: niente urla come metodo, niente sarcasmo, nessuna etichetta sui ragazzi. L’umiltà è la divisa dell’allenatore: si pretende molto da sé prima di poter chiedere molto agli altri.

4. L’Allenatore Moderno: Autorevolezza, Non Autoritarismo

Attraverso la proiezione di una scena cinematografica emblematica, Ascione illustra un modello di allenatore oggi impraticabile: quello che urla, insulta, umilia pubblicamente e zittisce le idee dei giocatori. Questo approccio non modifica il comportamento né favorisce l’apprendimento.

L’ambiente ideale di sviluppo è quello in cui le persone si sentono apprezzate, entusiaste, fiduciose — in sé stesse, nei compagni, nella struttura. Noia, frustrazione, pessimismo e inadeguatezza bloccano la crescita. Far sentire qualcuno inadeguato impedisce la sperimentazione.

Sul tema dell’errore: non è assoluto, ma relativo alle competenze della persona. Un’aspettativa troppo alta è essa stessa un errore dell’allenatore. Lo sviluppo non è lineare: è normale che un ragazzo sbagli oggi qualcosa che aveva eseguito bene ieri. Fa parte del processo.

Il metodo pedagogico segue principi consolidati: dal generale al particolare, dal conosciuto all’ignoto, dal semplice al complesso, dal grezzo al raffinato. L’allenatore è un mediatore tra le esigenze del gioco e le competenze del giocatore.

5. L’Alleanza Educativa con le Famiglie

Le famiglie non sono un contorno: sono partner strutturali del progetto educativo. Ascione propone di reclutare i genitori, non solo i ragazzi — perché oggi sono loro a portare i figli al campo, e se non trovano coinvolgimento, smettono di farlo.

Lo slogan proposto è: “Affidateci i vostri figli, lavoriamo insieme per darvi figli migliori” — a livello motorio, mentale e comportamentale. I principi del rugby (avanzare, sostenere, contnuare) sono metafore di vita applicabili ogni giorno.

Ascione classifica le tipologie di genitori problematici da gestire:

  • L’allenatore ombra: dà istruzioni tecniche e interferisce

  • Il manager precoce: parla di scouting e contratti per bambini di 12 anni

  • Il tifoso viscerale: urla, trasferisce ansia, analizza ogni errore a caldo

  • Il presente fisicamente ma assente emotivamente: una delle categorie più diffuse; molti ragazzi nel sistema sono “orfani emotivi”

Il genitore ideale è una base sicura emotiva: bilancia le emozioni del figlio, distingue i propri sogni da quelli del ragazzo, celebra lo sforzo e non solo il risultato, rispetta i ruoli di allenatore e società.

Strumenti pratici di coinvolgimento: momenti periodici di confronto (almeno mensili), gruppi tematici (eventi, comunicazione, inclusione), un referente genitori per idee e segnalazioni, formazione continua su temi sportivi, educativi e digitali. La missione del club scritta è lo strumento di riferimento ogni volta che qualcuno — genitore o allenatore — non rispetta i principi.

Il drop-out è un segnale di sistema rotto: pressione eccessiva, sport vissuto come obbligo, aspettative irrealistiche, rapporto difficile con l’allenatore, mancanza di divertimento e spazio creativo. Eliminare queste cause è la strategia per trattenere i ragazzi.

6. Intelligenza Emotiva e Leadership

Ascione dedica ampio spazio all’intelligenza emotiva come competenza centrale dell’allenatore moderno, articolata in quattro dimensioni:

  • Consapevolezza di sé: riconoscere i propri stati emotivi, i loro trigger, e orientarli verso uno stato produttivo — soprattutto sotto pressione

  • Autogestione: governare le proprie emozioni e svilupparsi continuamente

  • Empatia sociale: comprendere i bisogni e i vissuti degli altri (l’aneddoto del ragazzo che fumava in palestra ad Afragola — avvicinato non attraverso la punizione ma attraverso l’assegnazione di un ruolo di arbitro — esemplifica questo principio)

  • Gestione delle relazioni: comunicazione efficace, feedback costruttivo, gestione dei conflitti, capacità di trasformare divergenze in convergenze

Il leader ispira e guida in coerenza con valori e obiettivi, mette il gruppo davanti a sé, decide con coraggio nelle situazioni difficili, ascolta e comprende le motivazioni delle persone, protegge il gruppo e risponde dei risultati. Non ha il potere, ha la fiducia delle persone.

7. Patti Territoriali e Struttura Federale

Nella sessione di Q&A emerge un’analisi pragmatica dei patti territoriali. Ascione li considera indispensabili — i numeri del rugby italiano non torneranno ai livelli pre-Covid senza interventi aggregativi — ma solo se fondati su un progetto tecnico chiaro, con un responsabile tecnico definito, obiettivi a breve-medio-lungo termine e una logica di crescita collettiva, non di acquisizione dei migliori giocatori da parte delle società più forti.

I patti che funzionano sono quelli a distanze geografiche ridotte, dove si costruisce identità condivisa (stessa maglia, tornei comuni, iniziative aggreganti). L’esempio concreto di sette piccole società Under 14 che si sono federate spontaneamente, con un garante (non un padrone) e obiettivi condivisi, è citato come modello virtuoso.

Sul piano federale: la priorità assegnata ai comitati regionali è concentrarsi su Under 10 e Under 12, per creare massa critica sufficiente a strutturare competizioni ripetute. Se i ragazzi giocano, rimangono; se non giocano, se ne vanno.

8. Le Quattro Domande Finali

Ascione chiude l’intervento con quattro domande personali da portare a casa — senza risposte pubbliche, ma con onestà verso sé stessi:

  1. Quali sono i valori della tua vita che non sono negoziabili — quelli veri, non quelli che vuoi mostrare all’esterno?

  2. Cosa è veramente importante per te nel tuo lavoro?

  3. Come pensi di fare la differenza in quello che fai?

  4. Di che cosa vuoi essere orgoglioso?

L’invito è a partire da qui: definire perché il proprio club esiste, stabilire tre obiettivi misurabili a fine anno, costruire un percorso di lungo periodo. Il fallimento non esiste — esiste il punto di partenza. Non ci sono ricette universali: quello che funziona a Treviso non funziona a Napoli, e viceversa. Chi dice di avere la ricetta sta vendendo fumo.

Filo Conduttore

L’intera architettura dell’intervento poggia su un’unica convinzione profonda: i problemi del rugby italiano — e dello sport in generale — non sono fuori di noi, sono dentro di noi. La cultura dell’alibi, il rifugio nella tradizione (“si è sempre fatto così”), la delega all’esterno sono gli ostacoli reali. Il cambiamento parte dall’introspezione personale di ogni allenatore e dall’onestà con cui ciascun club definisce la propria missione e la propria identità nella comunità che abita.